IPSE DIXIT: I TROPPI INVALIDI IN ITALIA COSTITUISCONO UN FRENO ALLO SVILUPPO.

ottobre 17, 2011

Questo post è lo stralcio di un articolo da me scritto per la rivista della sezione ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili) della provincia di Cuneo.

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La manovra di correzione dei conti pubblici approvata qualche giorno fa da governo e parlamento, prevede in tre anni € 59 miliardi di tagli alla spesa pubblica, una somma colossale, che deve servire a rimettere in equilibrio i conti dissestati del nostro Paese. Ben € 40 miliardi su € 59, sono stati individuati tagliando sulle spese dell’assistenza, vale a dire sui sussidi ed i servizi che lo stato eroga a favore delle persone più in difficoltà: anziani, persone con disabilità, ammalati etc etc.
Ho l’impressione che una delle cause dell’attuale dissesto, purtroppo non solo economico, dell’Italia, sia il ricorso che chi governa, sempre più spesso, fa alla demagogia ed ai luoghi comuni. Dire, come ha detto un autorevole membro del governo, che nel nostro paese ci sono troppi invalidi e che questo costituisce un freno allo sviluppo, oppure che l’assistenza così come è stata costruita è un lusso che non ci possiamo più permettere, è un luogo comune ben lontano dal vero, se solo lo confrontiamo con dei dati reali.
Allora vediamo questi dati: preciso, innanzi tutto che le fonti dalle quali derivano i numeri qui riportati sono tutte pubbliche, ufficiali ed attendibili, si tratta infatti di Inps, Istat, Ministero della Salute, Ministero dell’Economia e delle Finanze e Società italiana di Statistica.
Complessivamente, gli invalidi in Italia percettori di provvidenze economiche erano, al 01/01/2009 (ultimo dato pubblico certificato) 2.637.394, pari al 4,39% della popolazione. La ripartizione territoriale del numero dei percettori è ovviamente variegata: si passa da un minimo del 3,38% della popolazione della Lombardia al 6,5% di Umbria e Sardegna.
A questo punto credo che l’unico modo ragionevole per capire se siamo pochi o tanti è confrontare questo dato con quello di altri paesi con caratteristiche simili al nostro. Gli Stati Uniti d’America ad esempio, nazione che non mi pare sia agli onori delle cronache per il fenomeno dei falsi invalidi, ha contato nel suo ultimo censimento (2004) circa 37 milioni di cittadini  con una disabilità, da grave a lieve, che determina un’incidenza sulla popolazione pari al 11,9%!
Sorvolo in questo articolo sul flop che si sta dimostrando la campagna di controlli a tappeto messa in piedi dall’Inps su mandato del governo, dal momento che ad oggi soltanto il 3% delle persone sottoposte a controllo, a fine iter, vale a dire dopo gli eventuali ricorsi alla magistratura, risulta non avere titolo alle provvidenze percepite.
Sorvolo anche sul risultato strettamente economico di questa campagna di controlli a tappeto, perché tra costi delle commissioni di verifica (costo dei medici etc etc) e spese legali che l’Istituto di Previdenza dovrà pagare nei ricorsi dov’è risultata e risulterà soccombente, le povere casse dell’Inps rischiano seriamente un grande salasso.
Sorvolo infine, si fa per dire, sul prezzo sociale altissimo che tutti noi, che disabili lo siamo davvero, dovremo pagare alla caccia alle streghe messa in piedi per perseguire i falsi invalidi, che come ho già detto e scritto a suo tempo, vanno certamente stanati e perseguiti, ma non vanno mai strumentalizzati, utilizzati come alibi per nascondere la inefficacia delle politiche sociali portate avanti da chi ci governa.
Torniamo a noi: dimostrato che, contrariamente a quanto sostiene il Ministro, “non siamo troppi”, vediamo quanto costiamo e se davvero possiamo essere considerati un freno allo sviluppo o un lusso che il Paese non si può più permettere.
Ognuna delle 2637394 persone, alle quali è stata riconosciuta una disabilità “significativa”, percepisce mediamente sotto forma o di pensione o di indennità o di sussidio 369,44 € al mese, il che comporta un esborso complessivo annuo pari a poco meno di 11 miliardi e 700 milioni di euro. Alla cifra sopra riportata vanno naturalmente aggiunte diverse agevolazioni ad es. esenzione dal ticket sanitario, fornitura di protesi, ausilii vari etc. etc. il cui importo è di difficile quantificazione, ma che stando ai dati della Corte dei Conti ammonta a circa 30 € miliardi.
Per capire se una somma così ingente sia “troppo” e possa esser quindi considerata “un lusso che non ci possiamo più permettere”, occorre avere un quadro più chiaro, potrebbe quindi essere utile analizzare il dato della spesa sociale complessiva e raffrontarlo con altri paesi.
Qui il dato appare di nuovo assai interessante: sia la spesa sociale in senso lato, che incide sulle prestazioni in favore delle fasce deboli della popolazione, vale a dire su un gruppo di persone ben più ampio rispetto al solo mondo della disabilità, ma che per certi aspetti la comprende, sia la spesa assistenziale che più direttamente è volta a garantire un minimo di prestazioni alle persone con invalidità o disabilità, vedono l’Italia collocarsi agli ultimi posti in Europa. Il livello della nostra spesa è ben inferiore alla media europea, anzi, è più corretto dire che il nostro paese si colloca al fondo della classifica della spesa in favore delle fasce deboli sia in termini di spesa pro capite, sia in relazione al prodotto interno lordo: peggio di noi fanno solo Grecia, Spagna e Portogallo.
Ora, in questo quadro di bassa spesa sociale e di attacco demagogico cosa succede? Succede, come ormai tutti tristemente sappiamo, che sono stati messi a bilancio € 40 miliardi di tagli in tre anni; se non accadrà nulla, entro non molto, un decreto stabilirà da dove dovranno essere tagliati questi soldi: potrebbero ad esempio essere ridotte o regionalizzate le indennità di accompagnamento, discriminando così tra disabili residenti in regioni ricche e disabili residenti in regioni povere (e a chi per caso ora sta pensando che il Piemonte sia una regione ricca… beh, mi dispiace, ma devo segnalare che la nostra non è considerata una delle regioni ricche: tant’è che siamo sotto osservazione per gli sforamenti di bilancio per la sanità e pare che il buco sia di quasi mezzo miliardo di euro).
Da questo punto di vista, per fortuna ci sta venendo in contro la Corte dei conti che, chiamata a dare un parere sulla proposta di riforma di cui stiamo trattando ha così argomentato: Nella spesa sociale ci sarebbe ben poco da risparmiare, essendo l’ammontare complessivo attestato sui 30 miliardi, 40 se si considerano anche alcune prestazioni previdenziali come la reversibilità.
Poco praticabile, sempre secondo l’alta corte, sarebbe l’applicazione di limiti reddituali e patrimoniali per la concessione dell’indennità di accompagnamento e per le pensioni di invalidità. E su queste prestazioni monetarie la Corte annota come esse facciano parte di “una politica ‘nascosta’ di contrasto alla povertà, compensativa di un’offerta di servizi non sempre adeguata e uniformemente distribuita sul territorio”. il rischio è che il risparmio ottenuto si ripresenti come esigenza di servizi adeguati ad una prevedibile impennata del fenomeno della non-autosufficienza. Secondo la Corte, il contingentamento della spesa per l’indennità di accompagnamento ribalta sulle regioni l’onere di compensare tutte le esigenze assistenziali e di sostegno che si presenteranno in futuro.
La Corte segnala inoltre come gli interventi di assistenza abbiano subito, negli ultimi anni, rilevanti tagli: “il mancato rifinanziamento del fondo per le autosufficienze, la riduzione degli stanziamenti per il fondo politiche sociali e per la politica abitativa hanno già sensibilmente inciso sul quadro degli interventi in ambito locale”.
Da ultimo voglio segnalare un altro aspetto grave di questo intervento normativo: Si vuole introdurre il principio che solo le persone “autenticamente bisognose” potranno accedere alle prestazioni assistenziali in senso ampio, il che fa fare un passo in dietro di 70 anni al processo di integrazione sociale di chi ha una disabilità oltre che al processo di evoluzione civile di tutto il paese. I principi delle pari opportunità e della non discriminazione contenuti nella Costituzione, riconoscono pari dignità a tutti i cittadini indipendentemente dalla loro condizione fisica, economica e sociale. Tutto ciò non per dire che sosteniamo i sussidi anche in favore dei disabili ricchi, anche perché disabili ricchi in Italia temo non ce ne siano, ma perché il principio su cui si fondano lo stato sociale e l’assistenza non è fare la carità, ma riconoscere pari dignità a tutti i cittadini.

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