IL MIO INTERVENTO AL CONVEGNO SULLE STRATEGIE EUROPEE PER LA DISABILITA’ 2010 – 2020

aprile 8, 2011
Stamattina si è tenuto, a Torino, un convegno nel quale le principali associazioni della galassia disabilità/volontariato hanno portato il loro contributo per la redazione della strategia di intervento sulla disabilità, predisposta dall’Unione Europea per il periodo 2010/2020. Qui di seguito riporto il mio intervento o meglio, la parte del mio intervento inserita negli atti dei lavori.
La “Strategia europea sulla disabilità 2010-2020, un rinnovato impegno per un’Europa senza barriere”, visto, si fa per dire, dalla prospettiva delle persone cieche e ipovedenti e analizzato con particolare attenzione alle ricadute delle politiche europee sulla vita quotidiana delle persone con disabilità visiva in Italia e, soprattutto, nei nostri territori.
È importante partire da una considerazione generale: quanto riportato sul documento  comunitario mi pare sia condivisibile poichè viene tracciata una rotta verso la quale il mondo della disabilità sarà ben lieto di salpare.
Credo però che sia doveroso fare una breve premessa sulla situazione attuale della disabilità in Italia. Mi riferisco, in questo momento, non tanto alle politiche direttamente rivolte al mondo della disabilità, quanto al modo in cui la disabilità stessa è vissuta dal “sistema Italia”. Come riportato sul documento comunitario si stima che le persone con disabilità in Europa siano 1/6 della popolazione, riportato in termini percentuali parliamo del 17% circa di incidenza sulla popolazione. Ora, non credo che si possa parlare di un fenomeno marginale, anzi. La percezione, tuttavia, che della disabilità viene data dai mezzi di informazione è, a mio parere, quanto meno distorta: in Italia la disabilità non appare sui media, se non in casi eccezionali, e quando appare viene spesso raccontata con stereotipi che proiettano un’immagine falsa del disabile, perché riferita al super uomo (il cieco che scala la montagna) oppure al “poveretto” (approccio pietistico), oppure ancora, novità nefasta degli ultimi tempi, perché viene introdotto lo stereotipo del falso invalido, soggetto – ben inteso – che esiste in Italia, ma che certo non è eleggibile a modello comunicativo utile.
Terminato questo doveroso preambolo vorrei portare l’attenzione sul tema della disabilità visiva. È importante sottolineare che la disabilità visiva è un universo assai articolato comprensivo di fattispecie cliniche e soprattutto funzionali assai eterogenee: le esigenze di un ipovedente sono assai differenti da quelle di un non vedente, e sia tra ipovedenti sia tra non vedenti esistono molteplici sfaccettature percettive che determinano esigenze anche diametralmente opposte.
Proverò, qui di seguito, a riportare alcuni tra i più significativi tratti comuni dei bisogni delle persone con disabilità visiva.
Partiamo dall’obbiettivo primario: il sogno della persona con disabilità (visiva e non) è condurre una vita normale. Può apparire forse una banalità, ma se ci riflettiamo non lo è. Cosa significa avere una vita normale? Significa potersi muovere liberamente, avere un buon livello di autonomia personale,  un lavoro che permetta una certa indipendenza economica, avere una vita di relazione appagante e magari una famiglia.
Muoversi liberamente: la mobilità personale è un pre-requisito necessario per qualsiasi forma di integrazione sociale. È importante però comprendere che non è possibile standardizzare gli interventi sulla disabilità visiva in generale, poiché è assai diverso intervenire su un individuo che nasce cieco o ipovedente piuttosto che su una che lo diventa in giovane età o in età adulta oppure ancora in età avanzata. La riabilitazione finalizzata all’acquisizione di una buona mobilità personale, però, è solo uno dei tanti aspetti della riabilitazione visiva. Per acquisire una buona mobilità personale è necessario aver fatto a monte un percorso di accettazione di sé, della propria patologia e della propria condizione di vita da soggetto ipo o non vedente: se non mi accetto io in prima persona sarà ben difficile che riesca a farmi accettare dagli altri nella vita di relazione, a scuola o sul posto di lavoro. Pertanto è importante che alla riabilitazione finalizzata all’acquisizione della libertà di movimento, sia affiancato un percorso strutturato e organizzato di riabilitazione ad ampio spettro. Attualmente in Piemonte la riabilitazione visiva assorbe circa 600.000 euro/anno, dei quali poco meno di 200.000 derivanti da fondi nazionali e il restante integrato dalla regione. Sono risorse che non permettono di costruire un sistema sufficientemente strutturato di riabilitazione. Investire, perché di investimento si tratta, in risorse adeguate nella riabilitazione significa ottenere forti risparmi di spesa nel lungo periodo. Ad esempio, si pensi ai risparmi praticabili riducendo gli inserimenti delle persone anziane disabili visive in strutture per persone autosufficienti, anziché come accade oggi, inserendole in strutture per persone non autosufficienti. Oppure molte risorse potrebbero essere risparmiate se si portasse avanti, magari come detto sul documento comunitario insieme alle associazioni che rappresentano i disabili stessi, una corretta politica di prezzi e attribuzione degli ausili. Oggi vi sono parecchi soggetti che propongono un modello di integrazione “AUSILIOCENTRICO”: date ausili, costosi, ai ciechi e ne otterrete l’integrazione…. Nulla di più falso! L’integrazione nasce, “anche” e in parte grazie agli ausili, ma origina soprattutto dai servizi riabilitativi e dalla “voglia di autonomia” che con essi si riesce a donare alle persone.
Lavoro: il tema è particolarmente scottante di questi tempi. Dal documento comunitario emerge che il tasso di disoccupazione tra le persone con disabilità è assai più elevato rispetto al tasso medio del mercato e il mondo della disabilità visiva non fa eccezione. Ai problemi contingenti dati dalla crisi economica/finanziaria che attanaglia il sistema produttivo e la pubblica amministrazione, ponendoli in difficoltà rispetto agli obblighi di adempimento alla copertura dei livelli di legge delle assunzioni di persone con disabilità, si aggiunge per noi ciechi e ipovedenti il mutamento epocale dell’organizzazione di alcune figure professionali che fino a pochi anni fa avevano assorbito la stragrande maggioranza delle persone con disabilità visiva. Occorre uscire al più presto dalla equivalenza storica tra deficit visivo e occupazione al centralino, poiché è un mercato in via di estinzione, oltre che, paradossalmente, un limite alla realizzazione delle potenzialità di molti ciechi e ipovedenti. Siamo pertanto convinti che sia corretta la strada intrapresa di concerto con la Regione Piemonte per l’agevolazione e la sensibilizzazione degli operatori del mercato del lavoro al collocamento di ciechi e ipovedenti in professioni non tradizionali. Potrebbe anche essere interessante avviare una sperimentazione finalizzata a favorire l’imprenditorialità tra le persone con disabilità.
Vita di relazione: è un ambito di azione fondamentale se si intende perseguire una vera integrazione sociale. È necessario superare la dicotomia tra vita di istituto e vita fuori dall’istituto, poiché si tratta  in entrambe i casi di forzature. Per avere un corretto concetto di sé è necessario confrontarsi sia con persone che vivono lo stesso o un simile problema, sia con persone che non lo vivono. Per questo motivo sosteniamo che fosse sbagliato rinchiudere ciechi e ipovedenti negli istituti all’interno dei quali si creava un microcosmo funzionante ma distante dalla realtà esterna, quanto è sbagliato abbandonare a sé i disabili visivi e le loro famiglie. A questo fine giocano un ruolo fondamentale i corpi intermedi. Le associazioni, infatti, non svolgono soltanto un ruolo di rappresentanza e integrazione dei servizi non erogati dalla pubblica amministrazione ma ricoprono un ruolo fondamentale di snodo informativo per persone e famiglie sia verso l’esterno sia all’interno, vale a dire tra gli stessi disabili visivi. Confrontarsi con una persona che vive il mio stesso problema e vedere che ha superato determinati ostacoli che la vita gli ha posto davanti è uno stimolo fondamentale che nessun confronto esterno può sostituire. Per questo motivo è determinante comprendere il ruolo prezioso che le associazioni svolgono anche con la sola presenza capillare sul territorio regionale ed è importante che le istituzioni comprendano che le associazioni radicate e riconosciute devono poter esistere al di là delle attività, dei servizi veri e propri, svolti cioè in favore dei soci.

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